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Una piccola città
Thevenot
11/01/2010



Arezzo è una piccola città che non sa cosa vuol essere. Tira avanti in uno stato inerziale che può produrre solo declino. Gli aretini sembrano soffrire di una inconsueta malattia: il torcipensiero. Sempre con la mente rivolta al passato e in bocca la parola “futuro”, tanto per non sembrare i passatisti che sono. I politici aretini si riproducono per gemmazione e sfruttano l’onda schiumosa che giunge da Roma per le loro carriere personali. Non hanno ne idee ne cultura. Astuti in qualche caso e teneri in altri. Ma, come in ogni palude, fra zanzare e olezzi, ci sono anche persone degne e capaci. Risorse che, per il bene collettivo, dovrebbero essere individuate e valorizzate. Una varietà di leadership da strutturare in un brainstorm politico amministrativo e culturale che potrebbe essere in grado di produrre un idea di città, un suo branding, una prospettiva, il suo domani.

Le notizie che provengono dal “palazzo” non possono e non devono appassionare. C’è un’altra politica da mettere sul terreno del dibattito pubblico ed è quella del confronto serrato di opinioni e progetti. Occorre il coraggio e la buona lena di quanti davvero hanno a cuore il domani di Arezzo per se stessi e per i loro figli e nipoti. Personalmente faccio il tifo per i giovani, per le persone colte ed informate sulle sorti del mondo, per i professionisti che sanno di non essere depositari del vero, per gli intellettuali che conoscono i limiti del loro sapere, per gli imprenditori che non amano solo il denaro e il successo, per le persone che vogliono partecipare rinunciando a logore impostazioni ideologiche, per tutti coloro che ricordano pervicacemente  a se stessi la necessità di mantenersi aperti al dialogo e alla comprensione. Open Mind!

Non dimentico il bisogno di gestire il comando facendo attenzione alle urgenze sociali e alla organizzazione della città; ma senza una visione olistica e orientata al domani, senza nemmeno provarsi ad immaginare il domani, ogni modesta soluzione di oggi sarà una logora pezza nei nostri culi futuri.

Andiamo cittadini. Giovani, sveglia! Uscite dagli schemi e individuate i modi per una rottura. Io sono con voi.

Thevenot

Postato da Thevenot il 11/01/2010 in Politica|Locale
PierFrancesco Greci
Danilo Petri
21/12/2009



Un misterioso sottosuolo, un antro della lucidità e dell’intuito custodito dalla materna razionalità di Minerva. Questo fu il luogo vitale abitato da PierFrancesco Greci.

Curiosamente, sabato scorso, Fabrizia Fabbroni ha celebrato un “pomeriggio della memoria” dedicato al Greci nel sottochiesa della basilica di San Francesco. Mai un luogo fu così adeguato. Poche persone irrigidite nel freddo climatico e in quello delle nobili, antiche mura, giunte per ascoltare parole di sincera amicizia dedicate ad uomo straordinario. Una sorridente e suadente signora, intelligente e dolcissima amica di Piero che ha riassunto con il sorriso sereno della “buona memoria” le tappe biografiche della sua maturità, accennando alle sue opere e presentando una raccolta di “frammenti”  particolarmente illuminanti. Un atmosfera austera, perfetta. Vorremmo sognare per Piero squilli di trombe e riconoscimenti post mortem ma sbaglieremmo sogno. Ho promesso a Fabrizia che avrei scritto ciò che avrei potuto dire nell’occasione e mantengo la promessa.

Il Greci aveva la mente piena e il calore della razionalità non riuscì mai a sciogliere le fredde lame intuitive che progressivamente lo resero lucido. Forse fu abituato al disincanto fin da piccolo e così seppe trasformare ogni percezione in altrettante armi critiche, taglienti come il ghiaccio,  affilate da un’intelligenza superba, usate con maestria per rompere ogni schema, ogni struttura preconfezionata. Non volle mai costruirne di nuove, non ebbe questa boria; voleva soltanto aprire nuove strade, originali prospettive critiche. Solo una debolezza in questa sua Odissea cognitiva, fra i tortuosi tornanti del giudizio critico: la sua Itaca, Arezzo. Conosceva la città come nessun suo concittadino. E’ necessario precisare che vi sono stati e ci sono uomini che conoscono la Storia  di Arezzo anche meglio di lui; ma non come lui. Gli storici, gli studiosi, costruiscono le loro conoscenze sui libri e si riempiono il cervello ma rischiano di svuotare la mente della propria originalità. Lo storico, generalmente, lascia che le nozioni costruiscano uno stratificato magazzino nel loro cervello ed ogni attività critica ne viene inesorabilmente influenzata. Non fu così per Piero.

La grande “modernità” del Greci, che può essere riscontrata anche nella frammentarietà della sua opera, nel burlesco del suo stile, nel suo fine senso dell’ironia, sta soprattutto nella libertà della sua mente. Libertà, nella percezione del bello e non solo del bello, da ogni precostituita convinzione che potesse annidarsi nel suo cervello. Quel portentoso cervello  che fu capace di costruire una mente così lucida e indipendente. La sua fonte preferita di conoscenza fu l’esperienza.

Ognuno di noi, fin da piccolo come inizio della sua storia cognitiva, costruisce una propria teoria della mente; della propria e di quella altrui. Piero capiva l’altro e come tutti cercava di capire se stesso: la sua “teoria” era prodigiosa. Applicata all’arte, lo spingeva a cercare nelle opere sempre l’uomo, l’artista, ad immedesimarsi: percepire la realtà come avrebbe potuto percepirla lui. Tutti amano la Storia della Vera Croce di Piero della Francesca oppure le opere di Caravaggio: Piero li aveva capiti, aveva capito da dove scaturiva il loro genio. Magari è più prudente dire che ha sempre cercato di capire,  giungendo però a risultati sorprendenti. E’ stato un vero peccato, ma non ci si poteva aspettare nulla di diverso, che non abbia mai scritto qualcosa di ponderoso e sistematico per rendere immortale la sua teoria critica. La memoria della sua mente durerà almeno fino alla fine dei giorni dei suoi più vicini amici.

PierFrancesco Greci è stato il più importante aretino della sua generazione e le sue tracce meritano di essere seguite. Continuo ad auspicare che si realizzi un volume che raccolga la sua produzione letteraria e vorrei che fosse una raccolta “ragionata”, ovvero commentata e sorretta, possibilmente, da molte note ed aneddoti biografici. Vorrei. Infine, che nessuno cadesse nella tentazione di trascinare Piero fra le celebrità aretine: non si meriterebbe tale irriconoscente supplizio. Piero fu uomo del sottosuolo, tagliente, lucido, libero, non conforme, unico. Così dobbiamo ricordarlo.

Postato da Danilo Petri il 21/12/2009 in Diario|
Pensieri mattutini
Danilo Petri
08/10/2009



Berlusconi è incorreggibile. Ha reagito in modo scomposto. Ancora una volta, da vero fuoriclasse, è sembrato dire “io non sono un uomo io sono dinamite” e il suo consueto “ecce homo” si configura con la retorica “genio e sregolatezza”. Ma anche chi lo considera un vero campione del fare e quindi della storia politica del nostro paese, non può perdonargli l’oblio della democrazia. La Corte Costituzionale può cadere in errore e non può non dirsi un organo politico ma le regole la pongono nella situazione di giudice supremo e sovrano controllore del rispetto della costituzione, per cui ogni sua sentenza può essere criticata ma senza disprezzo. La democrazia di un paese non si misura solo con il voto, anzi, prevalgono concetti come  la “discussione pubblica” e il rispetto delle istituzioni…. Se troverò il tempo e la voglia scriverò un commento alla sentenza della Corte. Intanto, nel mio stato d’animo c’è anche una grande solidarietà per l’uomo e le sue frustrazioni a fronte di un establishment partigiano che sopporta persino la cafoneria del Paralessico dei Valori , dei suoi accoliti e dei loro mandanti in toga. Ipocrisia, sporca ipocrisia di un paese anormale. Intanto il popolo guarda tutto ciò con lo spirito del tifoso e grida alternativamente all’arbitro:  “bravo” e “cornuto”.

Postato da Danilo Petri il 08/10/2009 in Diario|